Il decreto dignità è entrato finalmente in vigore per quanto riguarda il gioco d’azzardo dallo scorso mese di luglio, anche se ovviamente tante norme particolarmente importanti anche per l’economia italiana. O, perlomeno, questo era il piano del Governo che, in ogni caso, ha voluto evidenziare un atteggiamento di contrasto alla ludopatia.
Importanti limitazioni alla pubblicità delle varie piattaforme di gambling online sono state disposte, in un settore che, fino a quel momento, aveva fatto proprio della campagna di marketing in televisione uno dei propri punti di forza. Il gioco online è cresciuto in maniera esponenziale nel corso del 2019, con un incremento notevole rispetto all’anno precedente. Merito anche delle piattaforme che permettono le scommesse sportive online accessibili da smartphone, che hanno avuto un vero e proprio boom. Dare un’occhiata a Bookmakersaams.eu può essere interessante per tutti coloro che vogliono piazzare una puntata su una quota particolarmente favorevole, ma non hanno la minima di quali fattori seguire nella scelta della piattaforma in cui creare il proprio conto di gioco.
Decreto Dignità e lavoro
In effetti, il Decreto Dignità, almeno nelle intenzioni di chi l’ha strutturato, avrebbe dovuto ricoprire un ruolo di primo piano, insieme al reddito di cittadinanza, sul mercato del lavoro. È passato oltre un anno dal momento in cui è stato introdotto, però sono state ben poche le conseguenze degne di nota di questa disposizione del Governo.
I principali effetti che il Decreto Dignità ha avuto sul mercato del lavoro, infatti, sono state due, ovvero l’abrogazione dei contratti ex co.co.co ed ex co.co.pro, insieme alla modifica dei rapporti di lavoro subordinati e parasubordinati in contratti di lavori a tempo indeterminato.
Ebbene, la domanda che tutti si fanno è proprio queste ultime due novità legislative che abbiamo citato, abbiano comportato qualche effetto positivo dal punto di vista della crescita occupazionale in Italia. In seguito alla reintroduzione delle causali per i contratti a termine di durata superiore ai 12 mesi, senza dimenticare anche l’aggravio contributivo pari allo 0,5% che si attiva ad ogni rinnovo, compresa la somministrazione, ha di fatto comportato la crescita del turn over.
In poche parole, alla fine dei dodici mesi, ai lavoratori non viene rinnovato il contratto a termine, perché considerato troppo oneroso e anche a rischio di contenzioso per via delle causali. Per questa ragione, i datori di lavoro scelgono sempre più spesso di assumere un altro lavoratore al posto del precedente. I dati Istat hanno messo molto bene in evidenza tale situazione. Il saldo tra le assunzioni e la fine dei rapporti di lavoro con contratti a termine che è stato registrato dall’Inps ha fotografato ancora meglio il quadro generale del mercato del lavoro.
Come sono riuscite le aziende ad aggirare il Decreto Dignità
Continuano a crescere le intese in ambito aziendale che vanno a derogare sull’out-out imposto dal Decreto Dignità in merito ai contratti a termine. Questi accordi aziendali non fanno altro che procurare un vantaggio a entrambe le parti negoziali. Da un lato, le aziende riescono a mettere le mani su una proroga dei contratti a termine andando a superare il limite di due anni imposto dalla legge, esonerate anche dall’inserimento delle causali. D’altro canto, i sindacati possono contare sulla stabilizzazione di una quota di contrattisti che è diversa in base all’azienda presa in considerazione.
Tali accordi non vengono pubblicizzati per il semplice fatto che, per poterli stipulare, è necessario sfruttare l’articolo 8 del dl 138 del 2011. Una norma che è poi diventata legge e che non piace affatto ai sindacati, in modo particolare alla Cgil. Ebbene, nonostante tutto, proprio quell’articolo 8 oggi si è trasformato nella chiave di volta per poter bypassare senza problemi i limiti imposti dal Decreto Dignità.