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Giuseppe il Carpentiere: il culto, la storia, la tradizione nel territorio ipparino ed ibleo.

Uno studio approfondito del giuseppologo, prof. Paolo Antoci

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De Maria numquam satis, de Joseph nondum satis, di Maria non si dirà mai abbastanza, di Giuseppe non si parla ancora abbastanza!

Così ha esordito il prof. Paolo Antoci, docente di Religione Cattolica nella Scuola Secondaria nonché noto “Giosefologo”, ovvero studioso della teologia di san Giuseppe, da noi contattato per parlarci del culto - ancora poco conosciuto - del Santo falegname, della storia e della sua tradizione nel territorio ibleo ed ipparino in particolare.

Sul Patriarca San Giuseppe e sul suo culto si divide il fronti dei teologi: da un lato chi lo ritiene e lo leggerebbe in chiave marginale e pietistica, dall’altro chi invece – in chiave più possibilista – lo presenta pienamente inserito nella prospettiva cristocentrica oltre che storico-salvifica.

La questione su Giuseppe è tutt’altro che chiusa e lascia aperte le porte a diverse chiavi interpretative e di lettura in ambito teologico.

Secondo il prof. Antoci: “La figura di san Giuseppe – come afferma Benedetto XVI – riveste nella storia della salvezza un’importanza fondamentale. La sua grandezza, al pari di quella di Maria, risalta ancor più perché la sua missione si è svolta nell’umiltà e nel nascondimento della casa di Nazaret”.

Anche il grande Papa Giovanni Paolo II auspicava nella sua Redeptoris Custos (RC) che “cresca in tutti la devozione al patrono della chiesa universale e l’amore al Redentore, che egli esemplarmente servì”

Professore Antoci, chi è Giuseppe di Nazareth

Padre di Gesù e Sposo di Maria, secondo la Sacra Scrittura. Patrono della Chiesa Universale, dei lavoratori e dei morenti secondo il Magistero della Chiesa. Protettore delle famiglie e Soccorritore dei poveri per il sentimento popolare. Questo è san Giuseppe; il Santo tanto venerato quanto teologicamente poco conosciuto. L’importanza del Padre di Gesù nella storia della salvezza è legata al mistero dell’incarnazione, fondamento della redenzione; dice Giovanni Paolo II nella sua Redeptoris Cutos: “San Giuseppe è stato chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l’esercizio della paternità: proprio in tal modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della redenzione ed è veramente «ministro della salvezza» Tutta la vita cosiddetta «privata» o «nascosta» di Gesù è affidata alla sua custodia”. Marzo è il mese a lui dedicato, il mese nel quale giorno 19 si celebra la sua Solennità liturgica e in ogni parte della nostra Provincia ci si mobilita a venerarlo con i dovuti onori. In diversi luoghi e in diversi modi, la festa di san Giuseppe si ripresenta, nella sua sobrietà e bellezza, come tradizionale appuntamento di inizio primavera. Nella tradizione cattolica, ha il grado di protodulìa, cioè prima venerazione in quanto primo fra tutti i Santi.

Perché la sua festa è inserita a ridosso della primavera e prima della Pasqua. Quel è il suo significato più profondo

La figura di san Giuseppe inaugura la mite stagione primaverile; persino gli elementi della natura ci riportano alla considerazione del santo Patriarca. Come non notare, per esempio, la fioritura del mandorlo? Esso infatti, nella concezione biblica, simboleggia la vigilanza (cf. Ger 1,11-12), e san Giuseppe fu proprio il vigile, il custode dei tesori di Dio, Gesù e Maria, il depositario dei misteri dell’Incarnazione e della Redenzione. Il mandorlo poi, essendo il primo albero a sbocciare in primavera, simboleggia la rinascita e la risurrezione; e il suo frutto, la mandorla, rappresenta il segreto, il mistero che va conquistato rompendo il suo guscio che protegge il seme. Come non pensare, allora, a san Giuseppe, Custode del Mistero che è Cristo, incarnato, morto e risorto per noi? La ricorrenza giuseppina, quindi, oltre al suo legame con la stagione primaverile, è anche collegata al tempo liturgico della Pasqua, centro e culmine dell’Anno liturgico; san Giuseppe infatti fu il protettore, il provveditore, l’ordinatore della Redenzione che ha il suo fondamento nell’Incarnazione. 

Professore ci parli della tradizioni legate al culto di San Giuseppe

Un piacevole viaggio spaziale per la provincia di Ragusa ci permetterà di scoprire e ammirare le uniche e originali tradizioni giuseppine: primeggiano innanzitutto le famose Tavolate di San Giuseppe delle zone ipparine e di quelle montane, seguono le Cavalcate di Scicli e Donnalucata, per finire con le Vampanigghie sparse maggiormente nelle campagne del ragusano, del modicano e dello sciclitano. Ma il viaggio è anche temporale:si ripercorre nel presente il passato della vita domestica e agricola del nostro territorio; è lo‘ieri’ delle nostre famiglie che continua a perpetuarsi nel nostro ‘oggi’. Sono soltanto questi gli elementi originali e peculiari della festa di san Giuseppe, per essa non contano affatto i fuochi, le luminarie o le manifestazioni ricreative e sportive che, proprio in tale occasione, passano in secondo piano. L’attenzione invece è rivolta ai riti celebrati dal popolo, espressione di una generosità fraterna che si fa ascesi e mistica nello stesso tempo, gesti e parole che insieme hanno un significato e lasciano un segno, cerimonie popolari e semplici, quasi rozze, ma che in realtà esprimono contenuti culturali e valoriali che solo il sacro rispetto riesce a cogliere come vero, buono e bello.

Ci pare di capire che si tratta di un culto antico. A quando risalirebbe la tradizione

Difficilmente riusciamo a stabilirlo. Le origini delle prime Tavolate di San Giuseppe - con le loro declinazioni dialettali Artaru, Tavulata, Cena – presenti in Sicilia risalgono intorno al 1600, periodo in cui i papi Gregorio XV e Urbano VIII resero obbligatoria per tutta la Chiesa la festa di san Giuseppe. Non si esclude dunque che le prime tavolate nel nostro territorio ibleo abbiano fatto la loro comparsa in questo frangente temporale. E’ più attendibile però far risalire l’uso della Tavolata alla fine del 1800, periodo in cui il culto di protodulìa di san Giuseppe ebbe i suoi ufficiali riconoscimenti magisteriali e pastorali con i pronunciamenti di papa Pio IX e Leone XIII.

Quali altri riti, usi e costumi, segni, gesti si compiono in onore del Patriarca?

Esiste l’uso di invitare a pranzo i poveri nella propria casa in occasione della festa di san Giuseppe, sentimento di carità cristiana che contemporaneamente cammina con l’ostentazione gastronomica, e non solo!E quest’ultimo aspetto, l’ostentare appunto cibi, fiori, tovaglie, argenteria, ecc, se da un lato è espressione della soddisfazione di una promessa o di un voto per una grazia ricevuta o da ricevere, dall’altro lato è diventato un fermo-immagine di segni, significati e simboli teologici e antropologici. Le tavolate di San Giuseppe, nel miscuglio fra teologia e pietà popolare, nell’intreccio fra sacro e profano, diventano così catechesi per i credenti, lezioni sapienziali per i non credenti, ricordi per gli adulti, trapasso di nozioni per i giovani. Nelle tavolate si ricorda san Giuseppe, si conosce la sua storia tramandata dai Vangeli, ci si approccia ai temi dell’Incarnazione e della Redenzione, è continuo il richiamo alla Storia della Salvezza,l' andirivieni tra Antico e Nuovo Testamento, tra Vangeli canonici e Vangeli apocrifi.  Nel realizzare una tavolata ci sono anche gli oneri che precedono il tutto: la famiglia che allestisce la Tavolata deve aprirsi alla generosità e alla solidarietà, all’aiuto fraterno e al sacrificio, al perdono e alla riconciliazione, alla penitenza e alla carità.

Per concludere, ci descriva le maggiori feste in onore di Giuseppe di Nazareth

Vale la pena intraprendere questo viaggio religioso e culturale. Ci attendono le Cene di Santa Croce Camerina e di Marina di Ragusa, le Tavolate di Acate, Vittoria e Scoglitti, gli Altari di Giarratana e Monterosso Almo. Sono pronte anche le Cavalcate di Scicli e Donnalucata, le loro Vampanigghie e quelle di Frigintini e Pedalino. Con piacere siamo invitati alla vendita dei doni all’incanto delle feste di Comiso e di San Giacomo Bellocozzo; una devozione semplice e dei semplici, visibile con le processioni di Ragusa, Ispica e Pozzallo. Sarebbe anche l’occasione per riscoprire le chiese di san Giuseppe a Chiaramonte Gulfi e a Modica, e darci poi appuntamento all’altra festa dell’anno dedicata al Santo Carpentiere, quella in cui si esalta la santificazione del mondo dei lavoratori; sarà la volta di Ragusa, Zappulla e Sampieri. Il nostro sguardo si volgerà nuovamente a rimirare e imitare colui che, per volere di Dio, fu Sposo di Maria e Padre di Gesù. Andremo nuovamente da Giuseppe, Patriarca e Artigiano.

Auguri dalla redazione di Vittoriadaily a tutti i nostri lettori che portano il nome Giuseppe e derivati ed ai tanti papà nel giorno al loro dedicato.

 

 

 

 

 

 

 

 

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